“Cambia il significato, cambia l’emozione”: capire le emozioni di tuo figlio
Quando tuo figlio è arrabbiato, triste o in ansia, il desiderio che stia bene il prima possibile, alle volte ci porta a comportarci in modo da interrompere e modificare quello stato emotivo. "Dai, non è niente", "non c'è motivo di piangere", "calmati", sono frasi dette con affetto, ma raramente funzionano.
In questo articolo vediamo da dove nascono le emozioni e perché il modo in cui rispondiamo a quelle dei figli conta così tanto.
Le emozioni nascono dai significati
Immagina di essere su un treno fermo in stazione, già in ritardo. Sei scocciato. A un certo punto senti che il treno si muove: finalmente! Provi un piccolo sollievo. Poi guardi meglio e ti accorgi che a muoversi è il treno sul binario accanto. Il sollievo sparisce in un attimo e torna la scocciatura.
In pochi secondi sei passato da un'emozione a un'altra, e poi indietro, senza alcuno sforzo di volontà. Che cosa è cambiato? Non il fatto in sé: è cambiato il significato di quello che stavi osservando.
L’emozione cambia quando cambia il significato.
Questa intuizione è al centro di molte ricerche. Lo psicologo Richard Lazarus ha mostrato che le emozioni dipendono dalla valutazione che facciamo di una situazione: se la leggiamo come una minaccia, una perdita, un'ingiustizia o un'occasione. James Gross, uno dei principali studiosi della regolazione emotiva, ha dimostrato che uno dei modi più efficaci per gestire le emozioni è proprio rileggere la situazione, cioè cambiarne il significato.
C'è anche un'altra cosa da sapere. Parole come "rabbia", "paura" o "tristezza" sono semplificazioni. Quello che proviamo è di solito più sfumato e complesso: per questo è più corretto parlare di stati d'animo. I bambini imparano le emozioni poco alla volta, collegando ciò che succede alle espressioni e alle parole degli adulti.
Allora basta cambiare il significato?
Qui c'è un passaggio delicato. Se le emozioni dipendono dal significato, potremmo pensare che basti convincere il figlio a vedere le cose in un altro modo: "non è grave, è solo un brutto voto". Ma un figlio che si sente dire che la sua emozione "non ha motivo di esistere" non si sente capito. Si sente sbagliato.
Le ricerche di John Gottman sull'educazione emotiva e i programmi come Tuning in to Kids di Sophie Havighurst mostrano che i figli imparano a gestire le emozioni quando i genitori:
notano l'emozione, anche quando è piccola;
la vivono come un'occasione per avvicinarsi, non come un problema da eliminare;
la accolgono e la aiutano a dare un nome a ciò che il figlio prova;
solo dopo, se serve, lo aiutano a guardare la situazione da un'altra prospettiva.
In altre parole: prima si accoglie l'emozione, poi si lavora sul significato. Non il contrario.
Anche le tue emozioni seguono questa regola
Questo vale anche per te. I figli comunicano soprattutto attraverso il canale emotivo, e il modo in cui rispondi dipende dal significato che dai a quello che fanno. Se leggi la sua rabbia come una sfida alla tua autorità, proverai rabbia a tua volta. Se la leggi come il segnale di un momento difficile, proverai qualcos'altro, e risponderai in modo diverso.
Come abbiamo visto nell'articolo precedente, cercare le ragioni dei comportamenti di tuo figlio cambia il significato che dai a quello che fa. E cambiando il significato, cambia anche quello che provi. Per cambiare le emozioni di un figlio bisogna rispondere con emozioni diverse da quelle che ci aspettiamo.
Negli incontri guardiamo insieme le situazioni emotive più difficili in famiglia, per capire quali significati le alimentano, da entrambe le parti.
Per approfondire
J. Gottman, Intelligenza emotiva per un figlio, Rizzoli, 1997.
S. Havighurst et al., "Tuning in to Kids: improving emotion socialization practices in parents of preschool children", Journal of Child Psychology and Psychiatry, 51(12), 2010.
J.J. Gross, "The emerging field of emotion regulation: an integrative review", Review of General Psychology, 2(3), 1998.
R.S. Lazarus, Emotion and Adaptation, Oxford University Press, 1991.
M.V. Masoni, Genitore coach, Bruno Editore, 2008.
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