Quando un figlio fatica, perché il percorso coinvolge i genitori
Quando un figlio va male a scuola, non ascolta più, si chiude in camera o presenta un problema di qualsiasi natura, le prime cose che un genitore si chiede sono due. La prima è "dove abbiamo sbagliato?". La seconda è "come facciamo a farlo cambiare?". Sono domande comprensibili, che esprimono il desiderio di trovare risposte e improntare un cambiamento nella propria situazione familiare, ma nessuna delle due coglie un punto centrale. In questo articolo ti spiego perché chiedersi questo non basta, perché il coinvolgimento dei genitori è un tassello centrale, senza che questo equivalga a dire che i genitori siano i colpevoli delle difficoltà dei figli.
Un problema non nasce mai da una parte sola
Quando i figli presentano una difficoltà (scolastica, relazionale, comportamentale,...) chiedersi “dove abbiamo sbagliato?” e “come facciamo a farlo cambiare?” ci impedisce di guardare il problema in un’ottica sistemica: in quel momento non stiamo vedendo che ciò che emerge come problema è il centro di un complesso sistema di interazioni tra attori coinvolti (la famiglia, il ragazzo o la ragazza, la scuola, gli amici, ecc…).
Facciamo subito un esempio, prendiamo una delle preoccupazioni più comuni: "mio figlio va male a scuola". Sebbene viene da pensare che sia un problema del figlio, rispetto al quale avere un ruolo di supporto, a pensarci bene, perché un ragazzo vada male a scuola servono almeno quattro protagonisti:
la scuola, con le sue richieste, i suoi tempi e i suoi giudizi;
tuo figlio, con il suo carattere, la sua età e il suo modo di reagire;
voi genitori, con le vostre aspettative, le vostre paure e il vostro modo di rispondere;
il senso comune, cioè l'insieme di frasi che tutti ripetiamo senza pensarci: "la scuola è il tuo dovere", "alla tua età io studiavo", "se non studi non farai niente nella vita".
Lo psicoterapeuta Marco Vinicio Masoni lo riassume con una formula: per andare male a scuola bisogna essere "in tre più uno". Questo ci serve a uscire dall’idea che il figlio o la figlia sia problematico e abbracciare la prospettiva per la quale il problema di cui è portatore o portatrice, ha radice nel modo in cui il ragazzo o la ragazza interagisce con i diversi attori attorno a lui. Questo significa due cose: tuo figlio ha la sua parte di responsabilità, ma è appunto una parte, non il tutto e che, oltre a ricevere il dovuto supporto individuale, è necessario chiedersi come sono le interazioni del ragazzo o della ragazza con le persone attorno a lui e con i diversi contesti.
Perché coinvolgere i genitori è così importante?
Se il problema nasce da più parti, ci si potrebbe chiedere perché lavorare proprio con i genitori. La risposta è pratica, non morale.
La scuola, il senso comune, la cultura - tutti attori corresponsabili delle difficoltà dei giovani - cambiano lentamente, e non dipendono da noi. I genitori sono spesso il tassello del puzzle più motivato a cambiare, sono la parte del sistema su cui possiamo lavorare di più, e la vostra preoccupazione è già una risorsa.
C'è anche un altro aspetto, che spesso sorprende. Quando un figlio fatica, chi sta peggio sono molto spesso i genitori: sono loro a perdere il sonno, a sentirsi impotenti, a litigare tra loro su come reagire. Prendersi cura di questa fatica è già una parte del lavoro.
Le relazioni funzionano in cerchio
Per comprendere a fondo l’ottica sistemica e circolare dei problemi dei figli, dobbiamo pensare che in famiglia nessuno agisce da solo, né genitori né figli. Il modo in cui reagisci a tuo figlio o tua figlia influenza il modo in cui lui o lei risponde, e la sua risposta influenza la tua reazione successiva. È un cerchio, non una linea che va da una causa a un effetto.
Questo aspetto, che può sembrare banale, una volta compreso ha una ricaduta pratica enorme: significa apprendere che i figli cambiano quando gli adulti cambiano il proprio modo di stare nella relazione, non quando gli si ordina di cambiare. Non servono rivoluzioni: spesso basta guardare una situazione nota da un'angolazione diversa perché cambino le emozioni, e con loro le reazioni, per ottenere reazioni diverse.
Cosa troverai in questa serie
Questi articoli sono pensati per chi sta per iniziare un percorso con me, ma possono essere utili a qualsiasi genitore. Non contengono ricette da applicare a casa: offrono alcune chiavi di lettura che useremo insieme durante gli incontri.
Quando un figlio fatica, perché il percorso parte dai genitori (questo articolo)
"Mio figlio fa lo stupido, ma per ragioni serie"
"Cambia il significato, cambia l'emozione"
"Qui comando io": perché non funziona. Dal controllo all'autorevolezza
I "no" aiutano a crescere?
"Guai a te se lo fai": quando lo scontro si sposta su ciò che conta di più
"Faccio le stesse cose per essere lo stesso"
Leggerli prima del primo colloquio ti permetterà di arrivare con qualche idea in più e, magari, con qualche domanda nuova.
Come funzionano i percorsi di supporto alla genitorialità
Nel primo incontro ci prendiamo il tempo di capire cosa sta succedendo in famiglia, come lo state vivendo voi e che cosa vorreste che cambiasse. Non ci sono risposte giuste o sbagliate: c'è solo la vostra storia, da guardare insieme.
Per approfondire
M.V. Masoni, Sono preoccupato per mio figlio. Le risposte dello psicologo, Erickson, 2011.
M.V. Masoni, Genitore coach, Bruno Editore, 2008.
Continua la lettura: “Mio figlio fa lo stupido, ma per ragioni serie” · “Cambia il significato, cambia l’emozione”: capire le emozioni di tuo figlio · “Qui comando io”: perché non funziona. Dal controllo all’autorevolezza
Vuoi approfondire questo tema? Leggi la pagina Psicoterapia per Adolescenti a Padova.
