“Qui comando io”: perché non funziona. Dal controllo all’autorevolezza

Due sedie colorate su piedistalli, immagine dei due punti di vista

"Te l'ho detto mille volte!". Se questa frase ti suona familiare, non sei l'unico/a. Molti genitori sentono di ripetere le stesse regole all'infinito, alzando sempre di più la voce, con risultati sempre più scarsi. Il problema, spesso, non sta nella regola in sé, ma in quello che la regola comunica senza dirlo.

Ogni regola contiene due messaggi

Gli studiosi della comunicazione della scuola di Palo Alto, come Paul Watzlawick, hanno mostrato che ogni messaggio ha due livelli: un contenuto (cosa dico) e una relazione (come ti vedo mentre te lo dico). Nelle regole questo secondo livello pesa moltissimo.

La regola "metti in ordine la tua stanza" può arrivare come una richiesta ragionevole. Ma può arrivare anche come "qui comando io", oppure come "non mi fido di te". E i figli, anche piccoli, sono bravissimi a cogliere questo secondo messaggio.

Un esempio semplice. Una mamma incontra un'amica per strada e si ferma a parlare. Il figlio di quattro anni è con lei, e la mamma vuole che non scenda dal marciapiede. Può dirlo in due modi:

Con il secondo modo, spesso il bambino mette il piede giù. Perché? Perché il genitore che urla in quel modo sta già dando per scontato che verrà disobbedito. Si sta difendendo in anticipo. E il bambino, che coglie benissimo questa aspettativa, la conferma.

Cosa succede se il bambino scende comunque? Si può rispondere "ti ho detto di non scendere, non mi ascolti mai". Oppure si può dire, sorridendo: "hai visto che è un po' difficile fare quello che ti ho chiesto? È una cosa da grandi. Vedrai che tra un po' ci riuscirai benissimo". Nel secondo caso il bambino non si sente umiliato: si sente visto, e ha voglia di riprovarci.

Perché il controllo genera opposizione

Le ricerche della Self-Determination Theory (Teoria dell'autodeterminazione), sviluppata da Edward Deci e Richard Ryan, aiutano a capire questo meccanismo. Gli studiosi distinguono due modi di porre le regole:

Gli studi di Bart Soenens, Maarten Vansteenkiste e Wendy Grolnick mostrano che la stessa regola, posta in modo controllante, porta più spesso a opposizione, ansia o obbedienza solo di facciata. Posta sostenendo l'autonomia, è più probabile che venga accettata e fatta propria.

Autorevoli, non autoritari né permissivi

Già negli anni Sessanta la psicologa Diana Baumrind aveva descritto tre grandi stili educativi:

Decenni di ricerche hanno confermato che lo stile autorevole è quello più associato al benessere di bambini e adolescenti. Se proviamo ad essere accettanti, ma non permissivi più facilmente i figli si sentono accolti come persone, anche quando una sua richiesta viene rifiutata.

Poche regole, chiare

C'è un ultimo aspetto delle regole, forse il più semplice: di regole datene poche. Meno sono, più sono chiare. E più sono chiare, più comunicano sicurezza.

Lo stile con cui diamo le regole, poi, si costruisce nel tempo. Un bambino abituato alle urla impara che le urla sono il segnale che "tanto non obbedirà". Un genitore che ha costruito negli anni un rapporto di fiducia, invece, non teme di essere disobbedito, e proprio per questo viene ascoltato di più.

Nel percorso guardiamo insieme le regole della vostra famiglia: quali funzionano, quali generano scontro e cosa comunicano, al di là delle parole.

Per approfondire

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