“Faccio le stesse cose per essere lo stesso”: come i figli costruiscono chi sono

Una mano che sostiene una piantina con la terra

"È sempre stato un bambino vivace." "Lei è la timida della famiglia." "Lui con la matematica proprio non ci va d'accordo." Sono frasi che diciamo senza pensarci, spesso con affetto. Eppure, ripetute negli anni, possono diventare qualcosa di più di una descrizione. In questo articolo vediamo come i figli costruiscono la propria identità, e che ruolo hanno gli adulti in questo processo.

L'identità non è qualcosa con cui si nasce

Tendiamo a pensare che il carattere sia qualcosa di dato: si nasce così. In realtà, oltre al temperamento, buona parte di chi siamo si costruisce nel tempo, nelle relazioni.

Masoni lo spiega così: esisto, per me e per gli altri, se riesco a rendere qualcosa di me permanente e riconoscibile. Ma come si fa a mostrare agli altri qualcosa di stabile, quando non c'è ancora? La risposta è semplice: faccio le stesse cose, per essere lo stesso.

In famiglia, con gli amici, a scuola, tendo a ripetere certi comportamenti affinché gli altri dicano di me sempre le stesse cose. È così che, poco alla volta, metto a punto le mie caratteristiche: quelle che mi rendono riconoscibile, e che sento come "mie".

Come una marachella diventa un'identità

Ogni bambino, ogni tanto, ne combina una. È normale. Ma cosa succede se gli adulti intorno a lui sono molto più attenti alle marachelle che alle cose belle?

Il messaggio, ripetuto più volte, arriva forte e chiaro. E il bambino, che ha un bisogno enorme di esistere agli occhi degli altri, raccoglie quei messaggi e li trasforma in pezzi importanti della propria identità: "sono uno che disturba", "sono uno che va male a scuola", "sono quello che combina guai".

A quel punto, continuare a comportarsi così non è più solo un problema: è un modo per restare se stessi. Per questo certi comportamenti sono così difficili da cambiare con i rimproveri. Chiedere a un figlio di smettere può suonare, per lui, come chiedergli di rinunciare a una parte di sé.

Cosa dice la ricerca: storie ed etichette

Lo psicologo Dan McAdams parla di identità narrativa: a partire dall'adolescenza, ciascuno di noi costruisce una storia di sé, scegliendo quali episodi del passato mettere al centro e che significato dare loro. Anche le parole degli adulti entrano in questa storia.

Gli studi di Eddie Brummelman e colleghi mostrano che i bambini costruiscono l'immagine di sé anche attraverso le descrizioni che ricevono da genitori e insegnanti. Ma c'è una sorpresa: anche le etichette positive possono avere effetti indesiderati. Le lodi esagerate ("sei bravissimo", "sei un genio") possono rendere i bambini più timorosi di sbagliare, soprattutto quelli con bassa autostima. Le ricerche di Melissa Kamins e Carol Dweck hanno mostrato qualcosa di simile: lodare la persona ("sei intelligente") rende più fragili di fronte agli insuccessi rispetto a lodare l'impegno e il percorso ("ti sei impegnato molto", "hai trovato un buon modo per risolverlo").

Restituire un ritratto

C'è un'idea di Masoni che riassume bene tutto questo: quando parlo con i figli, offro loro un ritratto. Ogni volta che descriviamo un figlio, anche con una battuta, gli stiamo offrendo un'immagine di sé in cui può riconoscersi.

Non si tratta di dire solo cose belle, né di negare le difficoltà. Si tratta di accorgersi anche di ciò che va bene, di descrivere quello che il figlio fa invece di etichettare quello che è, e di lasciare spazio all'idea che possa cambiare. E soprattutto, di fargli sentire che sappiamo come sta, che lo vediamo davvero.

Come iniziare

Nel percorso guardiamo insieme quali "ritratti" circolano in famiglia, quelli detti e quelli impliciti, e come aiutare vostro figlio a costruire un'immagine di sé che lo sostenga.

Per approfondire

Continua la lettura: “Mio figlio fa lo stupido, ma per ragioni serie” · Adolescenza e bisogno di autonomia

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